ilControcorrente

Il blog di Andrea Demontis, Giuseppe Pipitone e Stefano Poma

I cortigiani alla Corte del corto (di Stefano Poma)

Buone nuove dal nostro inviato nel ridente Paese del Berluskonistan. Dal cilindro di B sono spuntati i nuovi sottosegretari che, da quel famoso 14 dicembre, evitano la caduta dell’attuale Esecutivo, raccogliendo da terra le bucce di banana con cui Fini e i finiani disseminano il terreno intorno a Palazzo Chigi, sperando che qualcuno di nostra conoscenza c’inciampi, sfavorito anche dall’instabilità che può dare un tacco alto undici centimetri (i meni esperti possono chiedere alle modelle che sfilano sulle passerelle con scarpe analoghe per credere).
E, a passare all’incasso, sono ben nove sottosegretari e un consigliere personale, nominato da B per consigliare se stesso, su consiglio di se stesso (appena il nano l’ha nominato suo consigliere, il primo consiglio che gli ha dato è stato quello di assumerlo), tale Calearo, ex PD e Api. E gli altri fantastici nove sono: Luca Bellotti, ex Fli. Gimpiero Catone, ex Fli. Bruno Cesario, ex PD e Api. Antonio Gentile, evergreen del Pdl. Daniela Melchiorre, ex Margherita. Aurelio Misiti, ex Italia dei Valori. Catia Polidori e Roberto Rosso, entrambi transfughi da Fli e, per concludere, troviamo Riccardo Villari, ex PD. Tutti sacrificati per il bene del Paese. E, il Paese, avendo proprio bisogno di questi redivivi Mazzarino, Richelieu, Montesquieu, li paga a caro prezzo: quasi quattro milioni di euro. Cifra che s’evince dal calcolo del sito Agoravox: in media – si legge sul sito – un sottosegretario di governo prende uno stipendio che s’aggira attorno ai 18.000 euro mensili. E moltiplicando questa cifra per i 24 mesi di legislatura rimanenti, otteniamo quanto ogni “responsabile” si metterà in tasca come ringraziamento per aver salvato il governo B: 432.000 euro.
E, moltiplicando questa cifra per il numero dei magnifici, otterremo un totale di 3.888.000 euro. Di soldi pubblici. Tutti soldi che, naturalmente, Tremonti dovrà succhiare da qualche ministero, tipo, uno a caso, da quello dell’Istruzione. Impazzirebbe, poveretto, se solo B non l’avesse nominato suo successore designato, il discepolo della politica berlusconiana. Ma andiamo a vedere dove si siederanno questi fantastici nove: Luca Bellotti al Ministero del Lavoro, nominato sottosegretario al Welfare, che, in un’intervista (http://tv.repubblica.it/politica/il-nuovo-sottosegretario-bellotti-non-conosco-problemi-del-welfare/67739?video), ha dichiarato quanto segue: “se dicessi che conosco i problemi del Welfare direi una bugia, io credo nelle funzioni politiche, insomma, non sempre serve un ruolo di guida politico, non serve magari una competenza specifica del settore”. A parte la dislessia che l’ha colpito così giovane, è giusto nominare uno che di Welfare non ne capisce nulla al sottosegretariato del Welfare. È una garanzia.
Giampiero Catone, nominato sottosegretario allo Sviluppo Economico, uno che d’economia se ne intende. Si fregia di diverse medaglie: nel 2001 insieme al fratello è arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. È stato il protagonista di due bancarotte, una da 13 milioni di euro e l’altra da 6, finanziamenti a fondo perduto dal ministero dell’Industria, ottenuti con carte e perizie false. Uno serio. Bruno Cesario, sottosegretario all’Economia: è stato uno dei tre Padri fondatori del partito dei Responsabili, assieme a Scilipoti e Calearo. È stato l’artefice della salvezza di B e, visto quanto incasserà per questo, almeno lui di economia se ne intende un po’. Antonio Gentile all’Ambiente, l’unico a non provenire da altri partiti estranei al Pdl.
Daniela Melchiorre al ministero della Giustizia, fondatrice dell’associazione nazionale “Noi, donne giuste”, ed eletta dai camionisti italiani, dopo votazione, “parlamentare più sexy d’Italia”. Aurelio Misiti alle Infrastrutture, formatosi nel PCI ed ex MpA di al fianco di Lombardo, uno solito ricevere avvisi di garanzia per Mafia quanto B transfughi da altri partiti. Catia Polidori al ministero dello Sviluppo Economico, Roberto Rosso all’Agricoltura, e Riccardo Villari ai Beni Culturali, quest’ultimo medico in malattie infettive, proprio quello che ci voleva per ridare lustro a Pompei. Ma, come c’insegna Bellotti, non serve una competenza specifica tecnica del ministero che stai guidando. È la politica, bellezza.
Stefano Poma

Saverio il soldato Romano (di Stefano Poma)

S’è un po’ risentito il nano dopo che, due giorni fa, mentre passava con l’auto blu diretto all’hotel Principi di Piemonte per presentare la candidatura di Michele Coppola a sindaco di Torino, è stato accolto da ali di folla che gli davano del “mafioso” e che gridavano a mo’ di tormentone estivo “fuori la mafia dallo Stato”. Lui, un po’ sorpreso, s’è armato di sorrisi finti, e con aria attonita e stupita cercava comprensione dai giornalisti che gli stavano seduti innanzi per fargli le domande (la più pericolosa riguardava la storia d’amore tra sua figlia Barbara e Pato), forse una pacca sulla spalla, una carezza, un abbraccio. “Al mio arrivo – ha dichiarato il nano – sono stato accolto da un manipoli di baldi giovani che mi hanno dato del mafioso”.
Svenimenti tra i giornalisti, ritrosi che scivolando sulla sedia portavano la mano al monocolo al grido sfaccendato di “parbleu”, uterine dalla bianca carnagione facciale che smettevano di rinfrescarsi col ventaglio tanta l’indignazione. E i pochi sopravissuti al colpo, i più spregiudicati, quelli dal forte carattere sanguigno, hanno potuto udire il proseguo dell’arringa: “negazione della realtà perché sono un capo del governo, che in meno di tre anni ha catturato quasi sette mila mafiosi”, ha concluso il nano parlando ai pochi resistenti rimasti, mentre gl’inservienti portavano via i più deboli pieni di languori mentre uscivano dalla sala a passo di danza cotillon. E, mentre in coro Sallusti, Belpietro, Minzolini, difendono l’oculato B, l’ecce homo B, l’uomo che tutti i mafiosi non vorrebbero mai trovarsi davanti o nella stessa stanza (B prenderebbe immediatamente le sembianze di Hannibal Lecter, tant’è l’odio che nutre nei loro confronti) lui stupisce tutti: nomina ministro all’Agricoltura Saverio Romano, indagato per mafia. Dopo le dimissioni di Bondi alla Cultura, il dicastero è stato affidato (parole grosse) a Galan, che a sua volta è stato sostituito dal palermitano che il pentito Francesco Campanella (criminale mafioso e amico personale sia di Clemente Mastella che di Totò Cuffaro) aveva definito come “un uomo di Cosa Nostra”.
Ricordiamo anche gli apprezzamenti che Romano faceva a Totò vasa vasa,rimasto il suo idolo anche dopo la recente condanna definitiva a sette anni di reclusione (in questo momento sta recitando il rosario all’interno della sua cella a Rebibbia) per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio: “non è quel satrapo che è stato dipinto”, zittiva così le toghe rosse e i comunisti in specie il nostro neo ministro. Che, e per questo lo ringraziamo, ci ha restituito il vituperoso B che tutti abbiamo imparato a conoscere. E via via tutti i suoi apostoli a modificare geneticamente la realtà. Sallusti: “la sinistra dice che Romano è mafioso, ma lui non è mai stato condannato”. Primo: la sinistra se ne guarda bene dal dire una cosa così di Sinistra, infatti ha tenuto la bocca ben cucita. Secondo: nessuno ha mai detto che è stato condannato, si è detto che è indagato. Sechi, che come Feltri e Belpietro si guarda bene dal pronunciare parole di perplessità su questa nomina, riporta quelle di Napolitano, come per dire “l’ha detto lui, mica io”. Scrive: “dubbi del Colle su Romano, dal capo dello Stato riserve sull’opportunità di questa carica”. Sempre in forma anche Giuliano Ferrara, che tra un panino e l’altro scrive: “il Quirinale ha espresso perplessità dovute ad alcuni procedimenti in corso a carico del neo ministro”. I lettori del Foglio penseranno che gli stavano portando via la macchina parcheggiata in divieto di sosta, che stava aspettando in fila dal barbiere o che doveva aspettare che gli si asciugasse lo smalto. “Perplessità dovute a dei procedimenti in corso”.
Nessuno dei lettori di questi giornali, quindi, verrà mai a conoscenza di questa magnifica mossa di B, riuscire a nominare ministro un uomo in odore di mafia dopo che ti hanno dato del mafioso e dopo che tu ti sei discolpato, definendoti acerrimo nemico di Cosa Nostra. C’è voluto intuito per nominare proprio lui, anche perché tutti i nostri politici (come anche i giornalisti su citati) sono altamente qualificati per svolgere il ruolo di ministro all’Agricoltura. Le loro braccia infatti le sono state strappate. All’agricoltura.

Stefano Poma

Il Giornale vs You Porn (di Stefano Poma)

Altro che You Porn e affini, altro che siti erotici con video a pagamento o chat line promosse nelle reti private a notte fonda. Ora, l’ardire, passa dal giornale di Sallusti. Chi ha potuto avere tra le mani la copia di oggi avrà senz’altro arrossito, si sarà un po’ sentito in imbarazzo, avrà nascosto la prima pagina da occhi indiscreti. Veniva difatti sbattuta in prima e presentata a caratteri cubitali una delle foto che tutt’Italia aspetta, e il fido Sallusti ha dovuto fare straordinari per acquistarla (come ci ha garantito lui stesso).
E, i lettori del Giornale, casti come Sandro Bondi, avranno esclamato un “tutto qua?”. Si vede il Nano coperto di cerone, roba che se s’intrufolasse in un museo di notte al povero malcapitato guardiano gli verrebbe un colpo, tale la somiglianza tra B e una statua, dato che, per fargli muovere uno zigomo, bisogna metterlo precedentemente in forno a 180°, per far squagliare la gomma. E, alla sua destra troviamo Noemi Letizia, con dall’altra parte Roberta Oronzo, scacciata dalla villa di Arcore quel fatidico capodanno per aver mangiato tutti i panettoni presenti nell’intera tenuta. Poi il segugio Sallusti pubblica anche le altre foto compromettenti per il Cav, roba che scotta. Si vede la Oronzo con una lucina in mano, la sua borsa, e ancora il Nano.
Mancava quella che ritraeva B col cappellino in testa mentre taglia la torta circondato dai bambini che fanno la prima comunione, ma il direttore del suo giornale ha promesso di pubblicarla a breve. Ora: è possibile che i lettori di Sallusti siano così idioti da credere ad una roba del genere? Che le foto che tutt’Italia vuol vedere siano quelle? Si parla di B nudo con attorno decine di ragazze, del bunga bunga immortalato su polaroid, di scene lesbo. Sia foto che video, fatti dalle stesse ragazze ospiti del Nano, che si riprendevano a vicenda durante le “utilizzazioni finali”. Molti potranno dire: “non ci sono le prove”.
E questo perché, le intercettazioni telefoniche che incastrano la banda B, per i bananones non hanno credito. Così come la voce registrata del Nano, dove anche un bambino col pannolino sporco mentre piange capirebbe che questo è un vecchio porco. E che ha pagato, anche minorenni, per fare sesso. Ma, essendo in Italia, anziché adoperare le proprie capacità per captare la verità dalle bugie, ci si affida ai terzi, guarda caso, tutti pagati da B. Dallo stesso Sallusti, a Feltri e Belpietro pagati da Angelucci, deputato di B, da Giuliano Ferrara. E via una lunga lista. E, giusto quest’ultimo, con la sua grande iniziativa “in mutande ma vivi”, manifestazione tenutasi a Milano con lo scopo d’attaccare le staliniane toghe rosse, è tornato in voga nei berluscones.
E, l’uomo che se fosse un corpo celeste con un semplice salto farebbe degli umani quello che il meteorite ha fatto ai dinosauri, prendendo la parola rimprovera il suo padrone: “presidente noi la sosteniamo, ma deve ascoltarci. Non riduca le sue giornate alle giornate da imputato. Lei deve fare il capo del governo, il capo dell’Italia”. E, prosegue il sempre più acuto Gabibbo bianco: “oltre a fare bene il premier, lei ha un’altra investitura. Lei è l’uomo più ricco d’Italia. Presidente, lei ha tre televisioni, le usi in modo creativo. Basta con queste cose ingessate, vogliamo il vero Berlusconi, quello capace di rilanciare questo Paese”. Applausi che manco alle dimissioni dello zio di Ruby in Egitto. E, nel mentre, quei 1500 serpenti che si trovavano al teatro Dal Verme (il teatro l’hanno scelto apposta per non lasciare nulla al caso) libravano nell’aria estasiati dalle dolci parole che uscivano dalle dolci labbra del Lardoraptor.
Quindi secondo il suo disegno, a noi, c’è sfuggito qualcosa. È stata la Boccassini a portare le ragazze a B, farci fare quello che ci ha fatto, per poi fornire loro dei telefoni cellulari, dare istruzioni su cosa dire affinchè le chiamate diventino il più compromettenti possibile, e intercettare. Per “ridurre le sue giornate ad imputato”, come ci ha ricordato il mappamondo umano. Poi, sempre lui, ormai invogliato dai 1500 presenti, invita il Bananone a “utilizzare i suoi soldi e le sue tv in modo creativo”. Pagare le dipendenti delle sue tv in cambio di sesso non è forse creativo? Ma, come abbiamo capito, i berluscones in fatto di creatività hanno una marcia in meno rispetto al loro padrone. Basti vedere Bondi e Ferrara che si masturbano con la foto “compromettente” pubblicata dal giornale, per capire tutto.

Stefano Poma

Salvammo il soldato B (di Stefano Poma)

Nascono nuove sagre mondane, popolari, nel ridente Paese del Berluskonistan che, come apprendiamo dal nostro inviato, ha cambiato nome in Bungabunghistan. L’ultima si è tenuta ieri e, il gioco più atteso, quello più rinomato e ricercato, ha visto come protagonisti Filippo Rossi (direttore di Farefuturo web magazine) e Massimo D’Alema (che lavoro faccia non si è ancora percepito). La sfida è stata ardua, conquistava il primo premio chi riusciva a sparare cazzate a ripetizione facendo ridere il pubblico ma riuscendo a rimanere seri. Comincia Rossi: “una grande alleanza per battere B”. Risate a squarciagola da parte dei finiani, mentre i dalemiani gli ricordano i 16 anni di pennellate al posteriore di B, che è andato al potere sia nel ’94, sia nel 2001 e sia nel 2008 grazie ai voti e al sostegno morale di Alleanza Nazionale.
E che, forse, senza di loro non ci sarebbe mai stato un governo B. Poi è arrivato il turno di D’Alema: “lancio un appello alle forze politiche di questo potenziale schieramento, uniamoci, tutti insieme, per superare il berlusconismo”. Tra il pubblico s’è scorta gente che è venuta meno, donne svenute a seguito delle scroscianti risate, uomini anziani che soffrendo d’incontinenza non hanno retto e se la son fatta nei pantaloni. Mentre Rossi e D’Alema sempre seri, due campioni. E, in quel mentre, i finiani hanno ricordato al baffetto che, se B sta li, è anche grazie ai suoi inciuci. Se Cossiga fosse ancora tra noi potrebbe ricordarci perché coniò il patto nato a casa di Gianni Letta tra D’Alema, Fini e il Nano “l’accordo della crostata”. S’accordarono su delle riforme costituzionali proprio mentre mangiavano una crostata preparata dalla moglie di Letta. Come i migliori amici.
E, quest’accordo, garantì che la legge sulle frequenze televisive rimanesse solo un sogno per le menti bacate dei comunisti e delle toghe rosse, tipo l’agente Kgb Boccassini. E quest’accordo più conosciuto come salva-rete4 fece saltare l’analisi della legge 1138, nascondendo il disegno di legge che avrebbe tolto al gruppo Mediaset la proprietà della quarta rete, che grazie a quest’inciucio proposto e promosso da D’Alema ha consentito ad Emilio Fede altri vent’anni di onorata carriera, in attesa, dati gli ultimi eventi, di appendere la lingua al chiodo. Incalza Rossi, in una sfida all’ultimo sangue: “solo il voto potrà azzittire le trombe della propaganda di Arcore”. Qualcuno tra il pubblico dall’entusiasmo si disfa, perde conoscenza, rischia lo strozzamento. Qualcuno però lo redarguisce, incolpandolo d’aver copiato la battuta da D’Alema, dato che le “trombe della propaganda di Arcore” suonano ancora grazie alla salva –rete4, voluta anche da Fini.
Ma altri più spiritosi hanno interpretato la battuta in altro modo: 2001, depenalizzazione del falso in bilancio, legge votata da Fini e che consente al Nano si salvarsi dai processi All Iberian 2 e Sme Ariosto perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. E, magari, se Fini non avesse favorito il trombettiere di Arcore, quelle trombette ora potrebbero suonare dal carcere o da Tripoli.
La parola torna a D’Alema, situazione un po’ barcollante per lui dopo che ha accennato un breve sorriso, facendo trasparire che sta per ridere anche lui. Ma tiene duro: c’è una “crisi politica e istituzionale, al conflitto dei poteri dello Stato innescati da un premier che rifiuta la legge”. Roba alla Aldo Giovanni e Giacomo, gente entusiasta per lo spettacolo offerto, applausi e lunghi incitamenti, “bis bis”. Questa battuta l’hanno capita tutti: il baffo si riferiva al ’95, quando un gruppo di giornalisti, varie associazioni tra cui anche l’Arci, decisero di risolvere il monopolio televisivo di B con un referendum. Il quale sarebbe legittimo, ma chi corre in soccorso di B per renderlo illegittimo e quindi per “rifiutare la legge” sabotando la campagna per il sì? Proprio lui, che da antifascista qual è permette a B di fare da solo campagna per il no, come nelle vecchie elezioni fasciste del ’24, dove l’opposizione era proibita.
E, alla fine, il risultato finisce in parità. Mentre attendiamo ormai a ore l’inciucio tra finiani e dalemiani, come auspicano entrambi per far cadere definitivamente B. Si prospetta un colpo di fulmine. Sperando che, usi e costumi della loro vecchia amicizia con B, se li lascino alle spalle. Nel Berluskonistan ne hanno abbastanza dei bungabunga.

Stefano Poma

Più alto che intelligente (di Stefano Poma)

Tutti nel Berluskonistan si fanno la stessa domanda, come ci conferma il nostro inviato nel ridente Paese: “chi sarà mai la fortunata anima gemella del Premier?”. È subito partita la caccia e, i bookmakers, fissano le quote: Bondi è dato a 1.2, Capezzone a 1.4, Gasparri a 1.5. Si fa prepotentemente anche il nome di Minzolini, e tra i pretendenti spiccano due evergreen, sia Fede che Mora.

Quest’ultimo già entrato nelle grazie del Nano, dato che, come avantieri dichiarato da B a reti unificate, è riuscito a scucirgli un milione di euro. Soldi che gli sono serviti per ripianare i bilanci della sua azienda, e che rischiano di trascinare l’amante gentilnano in altri guai seri. Poiché in queste ore la rossa procura di Milano sta indagando su quel prestito, e pare che a mediare e rifinire l’azione sia stato Paolo Martino, boss della ‘ndrangheta e amico dello stesso Mora. E, sempre i magistrati comunisti milanesi, chiedono il rito immediato, certi della sua condanna. Gli elementi in mano alla Procura sono inoppugnabili.
Questa specie di Nanistein, prima sbraita contro le intercettazioni, dice che siamo tutti intercettati e che non si può parlare liberamente al telefono. Poi, prende il telefono, chiama la Minetti e, mentre sa che a Milano stanno interrogando Ruby, dice al telefono “non sapranno mai che sapevo che era minorenne”. Una mossa geniale, alla Homer Simpson, che quando tenta di pensare si vede la nuvoletta con la scimmietta che sbatte i piatti e si ribalta due volte in allegria. E, per rimediare a questa zappata sui piedi, mette in giro la voce della fidanzata. Avallata dai suoi scribi: “B è fidanzato”, canticchiano in coro saltellando e presi per mano Sallusti, Belpietro e il direttore del Tempo Mario Sechi (che ha gli occhi come i neuroni, uno che manda affanculo l’altro).

E mentre Napolitano, Bersani e Franceschini vengono svegliati di soprassalto mentre facevano il riposino pomeridiano (che seguiva a quello mattutino e precedente a quello notturno) per bisbigliare che “così non va bene”, giunge da Firenze un’altra brutta notizia per B. Nel capoluogo toscano dove il Nano è indagato per strage, il pentito Giovanni Ciaramitaro deponendo al processo sulle stragi mafiose avvenute a Firenze (strage di via dei Georgofili, 5 vittime) Milano (strage di via Palestro, 5 vittime) e Roma (fallito attentato di via Fauro e dello stadio Olimpico e bombe San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro) ha dichiarato che “Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a consigliargli questi obiettivi, questi suggerimenti, e in un’altra occasione mi fece il nome di Berlusconi”. E ancora “chiesi a Giuliano perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi (41 bis e leggi sulla mafia). Poi mi disse che era Berlusconi”. Tutti a deporre contro di lui. Anche Caterina Pasquino, la donna che denunciò Ruby per il furto dei tremila euro ha dichiarato ai magistrati che “sì, Ruby mi disse di aver fatto sesso con Berlusconi”. È tutto un complotto naturalmente, come quello che auspica il fido Sallusti: quello dei servizi deviati. “Il sospetto è concreto. Si parla di manine. Si teme che la Boccassini abbia e stia ricevendo alcuni incoraggiamenti”, scrive.

E, secondo il Corriere, B avrebbe convocato i suoi fedelissimi per far loro presente, come in cuor suo, tema che questa situazione screditi il nostro Paese a livello internazionale. Pare che difatti negli altri Paesi stiano cominciando a pensare che la vera Italia non sia quella rappresentata dalle foto che ritraggono B con Topolànek col pisello al vento, a Villa Certosa, mentre s’accompagnano con cinque ragazze. Anche perché molti non hanno una villa con piscina. Disperazione anche in Spagna, dove tutti pensavano che, nel Berluskonistan, ogni uomo avesse diritto a un comitato formato da belle ragazze, tipo quello che B aveva presentato a Zapatero, il famoso “Silvio ci manchi”. Apprendono tristemente che ai comuni mortali non vengono nominati comitati o associazioni.
Panico anche negli Stati Uniti, dove si guardava agl’italiani come dei tombeur de femme pronti ad insidiare le mogli altrui, dopo l’apprezzamento che B fece a Michelle Obama. E che fecero storcere il naso al presidente abbronzato, dato che, per paura d’essere tradito, da quel momento in poi non lasciò più la moglie da sola nella stessa stanza con B. Anche se, alla luce di oggi, avrebbe dovuto star più attento alle due figlie (oltre al famoso cane Bo). Data l’età sono più a rischio.

Stefano Poma

Chi di pene ferisce nel penale perisce (di Stefano Poma)

Mentre la cellula comunista che fa capo al blog “ilControcorrente” continua a progettare il quindicinale eversivo “L’Universale” che vedrà la luce il 21 marzo di quest’anno, ci arriva come al solito la corrispondenza del nostro inviato nel ridente Paese del Berluskonistan.

E all’indomani della parziale bocciatura del legittimo impedimento che la Consulta ha ritenuto illegittimo, escono fuori dalla procura di Milano nuovi casi d’imputazione per B che, nella sua lunga carriera, ha collezionato tanti processi nell’egual modo in cui un playboy raccatta farfalle da mostrare alle fanciulle. Ecco le due new entry: concussione e prostituzione minorile. Il primo è, per definizione, il reato più grave contro la Pubblica amministrazione. E, nella fattispecie del Nano, gli viene contestato d’aver mentito alla Questura di Milano, quando la notte del 27 maggio 2010 telefonò per “evitare un incidente diplomatico con l’Egitto di Mubarak, dato che la minorenne di cui state accertando l’identità è la nipote del presidente”. E dato che il questore dipende direttamente dal ministero dell’Interno, dopo essersi messo sull’attenti e aver sbattuto i tacchi ha eseguito il desiderio di B: quello di affidare la diciassettenne Ruby all’igienista mentale del Premier, tale Nicole Minetti che, anziché prendere la ragazzina in custodia, la portò da una sua amica.

Quella famosa brasiliana con cui qualche giorno dopo ebbe una rissa in mezzo alla strada, dove la marocchina venne ripresa in consegna dalle forze dell’ordine e affidata a un centro sociale. E, sotto torchio, la ragazza ha cominciato a parlare. Ha fatto i nomi di Lele Mora, della figlia di lui, di Emilio Fede, di B. E, mentre elencava questi gentiluomini e gentildonne, ha aggiunto qualche particolare al racconto. Sostiene di essere stata segnalata da Fede a Mora, dopo aver partecipato ad una sfilata di bellezza. E, dopo aver fatto da cubista in alcune discoteche gestite dal manager dei divi, arrotondava lo stipendio eseguendo delle certe operazioni liberatorie a dei facoltosi signori che, gl’impresari dell’asse Fede-Mora, le facevano incontrare. Tra questi facoltosi signori la minorenne ha indicato farvi parte anche B. Stupiti da questa storiella che sembrava inventata in quattro e quattrotto da una ragazzina che sembrava pomposa nell’essere quanto nei seni e nelle labbra, i magistrati le sequestrano il computer. Era il 28 ottobre. E, scorrendo le foto in memoria, ci trovano quelle di alcuni festini a Villa Certosa.

Si vede Ruby, e si vede il Nano (pare in pose molto intime). E dato che il legittimo impedimento è illegittimo, ieri gli è stato notificato l’invito a comparire davanti ai magistrati, tra il 21 e il 23 gennaio prossimi. E da questa la seconda accusa: quella di prostituzione minorile. Dato che, la ragazza, sostiene d’aver fatto sesso a pagamento col Premier, dopo quelle famose cene nella sua residenza in Sardegna. Dal canto suo B si è difeso come al solito: “ci troviamo di fronte all’ennesimo teorema (non sa che un teorema è un qualcosa di certo, quindi se i magistrati intavolano un teorema iscrivendolo nel registro degli indagati è già colpevole) costruito appositamente per gettare fango sulla mia persona e sul mio ruolo istituzionale nel tentativo illusorio di eliminarmi dalla scena politica”.

Seguita il compagno Fini ridendo sotto ai baffi: “grazie ai magistrati la democrazia italiana è più credibile”, riferendosi in pubblico ai colpi inferti al terrorismo e alla mafia, ma in privato a ciò che bolle nelle pentole della Procura di Milano. Da dove può arrivare una condanna fulminea per il Nano, dato che, a quanto dicono i magistrati che si sono occupati delle indagini, c’è la possibilità di procedere col rito immediato, tanto sono chiari gli elementi che porterebbero alla condanna di B.

E questo è un caso curioso. Il governo cadrebbe sull’unica promessa mantenuta da B in campagna elettorale. Era il 2006, e rivolgendosi alle signore prometteva che “se non salirò a Palazzo Chigi passerò molto più tempo con voi”. Vinse Prodi, e B mantenne la sua promessa. E speriamo che presto riacquisti tutto questo tempo libero da dedicare al gentil sesso. Se lo merita.

Stefano Poma

Per secondi Fini (di Stefano Poma)

Buone nuove dal nostro inviato nel ridente Paese del Berluskonistan. Mentre un’informativa dell’intellighenzia rivela che un gruppo di facinorosi comunisti stanno preparando un nuovo giornale che farà capo alla direzione strategica dell’associazione eversiva “i nemici del Nano”, si susseguono i processi per Alto Tradimento e Crimini contro la Nanità. E, l’imputato Filippo Rossi, direttore di Farefuturo web magazine, da dietro le sbarre continua a domandarsi come sia possibile che in giro sia pieno di “Malati di berlusconismo inconsapevole”, come titola il suo articolo di oggi. E mentre passeggia dentro la cella col volto chino e le mani dietro alla schiena, pensa: “troppa gente malata di berlusconismo inconsapevole. A destra, a sinistra, in alto e in basso. Ovunque”.

Un po’ come i finiani che gli sono stati dietro per sedici anni, che pur di popolare Governo, Parlamento e altre poltrone, hanno fatto finta di mangiare entusiasti ed estasiati cioccolato fondente, quando invece era tutt’altro. E, come ci ricorda Rossi, questa è gente “che si guarda allo specchio soddisfatta della propria faccia cattiva”. Un po’ come Fini quando diceva “noi siamo i fascisti del duemila” oppure quando alla vigilia delle elezioni del 2001 ammonendo le trasmissioni di Santoro e Luttazzi aveva rassicurato i berluscones promettendo che “quando saremo al potere faremo piazza pulita”. Ma evidentemente quelli di Rossi e company sono degli specchi inconsapevoli. E come non dargli ragione quando scrive che questa è “gente che sbraita senza argomentare”. I finiani infatti si sono documentati molto quando nel ’94 si sono uniti a B andando con lui al governo, così come nel 2001, e che nel 2007 sono confluiti in massa sotto la bandiera di Forza Italia trasformata in Popolo delle Libertà.

Evidentemente tra le varie carte che sono andati a consultare, gliene sono sfuggite alcune: tipo quelle della Corte d’appello di Venezia, che nel ’90 dichiarava B di essere colpevole per aver giurato il falso davanti al tribunale di Verona sulla sua iscrizione alla loggia P2. L’iscrizione di B alla loggia P2, scoperta quasi trent’anni prima che Fini dicesse di non frequentare “grembiulini e compassi”. Quella con B è stata una frequentazione inconsapevole. Sono sfuggite ai finiani le carte riguardanti le tangenti che B pagò alla Guardia di Finanza, dove venne condannato in primo grado a due anni e nove mesi, per poi vedere il reato prescritto in Appello. Hanno cercato senza trovarle anche le carte All Iberian, dove B veniva condannato a due anni e quattro mesi per aver finanziato illecitamente il partito di Craxi, il quale contraccambiò con delle leggi ad personam. Le carte All Iberian 2, B indagato per falso in bilancio. La condanna a un anno e 4 mesi, sempre per falso in bilancio della sua società, la Medusa Cinema. Falso in bilancio anche sul caso Lentini, così come per Fininvest. Lodo Mondadori, dove B è stato condannato per corruzione giudiziaria da quel giudice coi calzini turchesi, tale Mesiano. Sme-Ariosto, indagato per corruzione giudiziaria e falso in bilancio. Diritti televisivi, falso in bilancio e frode fiscale. Telecinco, violazione delle leggi antitrust. Mafia, concorso in strage, indagini sulle bombe del ’92 e del ’93, tutti fascicoli in cui compare il nome di B. Ma, anche di questo, i finiani erano inconsapevoli. E, forti di questo escamotage, sono credibili quando dicono che c’è “gente che non capisce che per essere efficacemente antiberlusconiani in primo luogo non bisogna essere berlusconiani”. Del resto loro sono stati accanto a B, e ai berlusconiani, per vent’anni. Inconsapevolmente. O, per dirla con Scajola, a loro insaputa.

Stefano Poma

Cari lettori arrivederci al 2 gennaio

Cari lettori, tanti auguri di buon veglione e di felice anno nuovo. E, anziché sperare in un 2011 migliore, rimbocchiamoci le maniche per diventare padroni del nostro destino. Auguri. Andrea Demontis, Giuseppe Pipitone, Stefano Poma.

Arriba Merdaset (di Stefano Poma)

Riceviamo come ai bei vecchi tempi la corrispondenza del nostro inviato nel ridente Paese del Berluskonistan, dove da qualche giorno ha ripreso il posto che, erroneamente, gli era stato levato. E, mentre proseguono i processi per il reato di Altro Tradimento, nonché quello ben più grave e punito con la segregazione fino a sei anni in compagnia di Gasparri in perizoma chiusi nello studio di Emilio Fede, con Fede, quello di Crimini contro la Nanità (Dio ce ne scampi), arriva la stupenda notizia che, ora, anche gli spagnoli potranno godere degli stupendi canali che la Rete di B, Merdaset, offre ai berluskonistani.

E, tutto contento il figlio di B, PierB, ha abbracciato con soddisfazione questo accordo che farà del Biscione “il primo polo televisivo spagnolo”. Acquistando per 976 milioni di euro il 44% delle pay tv Digital Plus, per poi metterle a disposizione delle frequenze Telecinco (già di proprietà Merdaset) della Tlc Telefonica, e del canale Quatro, una sorta di Rete4 spagnola. E, sulla scia del famoso motto tremontiano “con la cultura non si mangia”, per ripianare i debiti che Cnn plus aveva accumulato in questi anni, PierB e amici hanno pronta una soluzione: al posto di Cnn plus (che è la frequenza d’informazione Cnn spagnola) verrà trasmesso in tempo reale il Grande Hermano, gemello del nostro Grande Fratello. Mentre si aspettano i cloni dei vari Signorini, Platinette, Barbara D’urso, e via discorrendo, tutta gente altamente qualificata a leccare il culo e a far rincoglionire la gente.

E, mentre questa Invencible Armada si prepara a sbaragliare quel che resta della concorrenza televisiva spagnola, i noti comunisti sollevano dei gran polveroni sulla legalità con cui B nel 1989 fondò Telecinco. Il che avvenne dopo che Felipe Gonzales, allora premier spagnolo e amico di Bottino Craxi (il quale era a sua volta amico intimo di B) aprì il mercato televisivo spagnolo anche a imprenditori stranieri. E, secondo il Tribunale di Milano, i 456 miliardi di lire che erano stati utilizzati per acquistare l’86% di Telecinco venivano dai fondi neri accantonati da Fininvest su dei conti esteri All Iberian. E al processo, il 26 settembre 2005, i massimi dirigenti Fininvest (tra cui B) vennero prosciolti “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. Nel ’94 infatti, appena diventato presidente del Consiglio B aveva depenalizzato il suo reato, dando il via alla lunga e fiorente stagione delle leggi ad personam. E sempre per l’affaire Telecinco, B venne indagato perfino in Spagna per violazione della legge antitrust e frode fiscale.

Difatti i soldi con cui venne pagata la rete televisiva venivano elargiti da dei prestanome, così come le “parcelle”, come le chiamava Previti, con cui venivano pagati i consulenti, che invece erano delle vere e proprie tangenti con cui si corrompevano i giudici che dovevano occuparsi delle scalate estere di B, tipo le 23 date a Craxi dopo la legge Mammì sulle televisioni. E nel 2001, il giudice anticorruzione spagnolo Baltazar Real chiese al governo italiano di processare B per i reati che gli venivano contestati in terra spagnola. E, dopo aver atteso invano una risposta a questa richiesta, arrivò a formulare questo escamotage: “voi berluskonistani private B dell’immunità parlamentare così noi potremo processarlo in Spagna”. E, dato che gli spagnoli attendono da dieci anni questa risposta da parte del Parlamento, il processo è congelato nel Tribunale di Madrid, in attesa che B termini il suo mandato di Premier. Ma conoscendolo sappiamo che, in cuor suo, un pensierino alla presidenza spagnola l’avrà pur fatto. Per la gioia degli spagnoli. Oltre che dei berluskonistani.

Stefano Poma

Cari lettori, arrivederci al 28 dicembre.

Da parte di Andrea Demontis, Giuseppe Pipitone e Stefano Poma i migliori auguri affinché possiate passare delle felici giornate di festa.

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